L’accordo su come riformare il Patto di stabilità e crescita richiede un significativo ripensamento del bilancio dell’UE.
Articolo originale scritto per IEP@BU – Institute for European Policymaking @ Bocconi University. Link: https://iep.unibocconi.eu/new-eu-economic-governance-framework-raising-stakes-eu-integration

È difficile pensare ad un dossier più polarizzante di quello della riforma del quadro di governance economica dell’UE. Dopo più di sei mesi di negoziati, i ministri dell’Economia e delle Finanze dell’UE sono riusciti a raggiungere un accordo, giusto in tempo per Natale. Come per i regali di Natale, però, non è tutto oro quel che luccica. Sebbene l’accordo rappresenti un passo in avanti, non sarà sufficiente affinché l’UE raggiunga i suoi obiettivi strategici, in assenza di un ripensamento significativo del bilancio comunitario. Pertanto, questo accordo aumenta ulteriormente la posta in gioco per l’intero processo di integrazione, in vista delle elezioni europee del 2024.
La proposta della Commissione Europea per una riforma del quadro di governance economica dell’UE è stata pubblicata ad aprile. Nel complesso, lo spirito di tale proposta era quello di semplificare il braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita (PSC) e di aumentare la flessibilità strutturale naturalmente incorporata nel sistema, rafforzando al tempo stesso l’efficacia del braccio correttivo nella procedura per disavanzi eccessivi (PDE).
I principi centrali della proposta della Commissione sono stati mantenuti nell’accordo finale e questo è un risultato positivo.
Il nuovo quadro prevede un livello più elevato di flessibilità intrinseca. Adattando l’aggiustamento fiscale alla situazione dei singoli paesi, la riforma supera uno dei principali problemi del precedente insieme di regole, vale a dire l’uso eccessivo di clausole di flessibilità per ammorbidire i percorsi di aggiustamento altrimenti troppo rigidi e uniformi. L’attenzione alla spesa netta renderà il quadro meno pro-ciclico e più trasparente, riducendo la dipendenza dalle stime, spesso criticate, dell’output gap.
Sulla base delle previsioni della Commissione Europea per il 2024, circa 17 dei 27 Stati membri dell’UE avranno un rapporto debito/Pil superiore al 60% e/o un deficit di bilancio superiore al 3% nel momento in cui il nuovo quadro entrerà in vigore. Secondo le nuove regole, la Commissione fisserà una traiettoria tecnica per la spesa netta di questi Paesi, coprendo un periodo di aggiustamento di 4 anni con una potenziale proroga di 3 anni. La traiettoria sarà basata sul rischio individuale e differenziata per ciascuno Stato membro, a condizione che l’aggiustamento risultante metta il debito su un “percorso plausibilmente discendente” e che il deficit venga portato al di sotto del 3% del Pil.
Sebbene la scelta di valutare la sostenibilità del debito in maniera contingente e individualizzata rappresenti un positivo allontanamento dal dogmatismo meccanico e verso un approccio attivo di gestione del rischio, la reintroduzione di soglie fisse sotto forma di “salvaguardie” del debito e del deficit reintroduce anche molta complessità (vedi figura 1).

I paesi con debito superiore al 90% dovranno ridurlo dell’1% all’anno (0,5% per i paesi con debito tra il 60% e il 90%) e riportare il deficit all’1,5% del Pil in termini strutturali, con una velocità dello 0,4% all’anno su 4 anni o dello 0,25% all’anno su 7 anni. I paesi con un deficit superiore al 3% del Pil cadrebbero sotto il braccio correttivo e sarebbero tenuti ad aggiustare lo 0,5% del Pil ogni anno in termini strutturali, anche se saranno in grado di escludere dal calcolo dell’aggiustamento la spesa per interessi sul debito, per il periodo 2025-27.
Nel breve termine, la politica fiscale aggregata dell’UE sarà meno restrittiva di quanto lo sarebbe stata se le disposizioni originali del PSC fossero rientrate in vigore invariate. 12 paesi si troveranno nel braccio correttivo, ma potranno beneficiare dello scorporo della spesa per interessi – che ridurrà l’aggiustamento richiesto. Nel caso dell’Italia, ad esempio, l’aggiustamento strutturale previsto nel bilancio del governo per il 2025 e il 2026 sarebbe già pienamente in linea con quanto richiesto dalle nuove regole nel contesto del braccio correttivo (in cui l’Italia si troverà l’anno prossimo, avendo un deficit superiore al 3%).
Il medio termine, tuttavia, è più preoccupante. Sebbene meno draconiano rispetto al regime precedente, l’effetto combinato delle varie clausole di salvaguardia può esercitare un effetto restrittivo sulla politica fiscale dei Paesi ad alto debito, una volta che questi avranno ridotto il deficit sotto il 3% e saranno rientrati nel braccio preventivo. Il caso dell’Italia è esemplare, poiché il saldo primario strutturale richiesto al nostro paese aumenterebbe al 4% del PIL una volta prese in considerazione tutte le misure di salvaguardia.
Nel complesso, il rischio principale è che il nuovo framework finisca per disincentivare gli investimenti a livello nazionale, proprio in un momento in cui gli investimenti dovranno essere massicciamente incrementati per raggiungere gli obiettivi dell’UE sulle priorità strategiche. Attualmente sembra improbabile che Next Generation EU si trasformi in una capacità di spesa federale, e mentre i colloqui sul quadro finanziario pluriennale dell’UE sono in pausa fino al prossimo anno, l’ultimo quadro negoziale punta verso una riduzione (piuttosto che un aumento) dei fondi centrali destinati alla spesa strategica dell’UE. Nell’attuale contesto geopolitico, i beni pubblici comuni, come il clima, la tecnologia e la sicurezza, non possono rimanere sottofinanziati. Ciò rappresenterebbe una minaccia esistenziale per l’UE. Consapevolmente o inconsapevolmente, approvando il nuovo quadro di governance economica i ministri economici dell’UE hanno quindi di fatto alzato la posta in gioco sull’intero processo di integrazione europea.
Silvia Merler, Head of ESG & Policy Research (Algebris Investments)
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